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REGOLE IN LIBERTA’: LA NUOVA MOSTRA DI STEFANA PINCI

di Martina Paolantoni

Quando ho iniziato a dipingere?  Come molti artisti prestissimo, ad otto anni, e non ho più smesso. Allora, invece di giocare con le bambole, disegnavo, osservando ed emulando l’opera dei grandi maestri. L’Arte è stata il primo amore e decisi che sarebbe stata la mia strada “.

Si apre così con questa personalissima dichiarazione dell’artista Stefania Pinci l’intervista per Ar.Te.

“Mia madre aveva un bellissimo libro illustrato su Michelangelo e la figura che mi attirava di più era quella della Sibilla Cumana, resa con una forza eccezionale, una forza espressiva che ho voluto riportare nella mia opera.”

E ci è certamente riuscita..

Abbiamo conosciuto l’artista nel 2018, quando ha fondato lo Studio romano Galleria Arte Sempione e abbiamo seguito da vicino il mutare delle sue sperimentazioni artistiche.

Una Pittura animata da “voracità e pathos” e da una grande apertura mentale, che conduce verso un figurativo libero. Una libertà espressiva dentro i canoni classici, che oggi dà il titolo alla nuova collezione e aggiunge un’ intensificazione nel suo discorso pittorico.

Punto di partenza, dunque, e parametro saranno per Pinci le conquiste tecniche e le conoscenze umanistiche. Originalità della sua opera è aver elaborato e continuato a plasmare un linguaggio attraversato da un turbinio di correnti espressive, quelle dal sapore classico e quelle più progressiste: ne deriva una impronta personale che forma l’identità della sua Arte. Il mosaico veste la natura, come si intitola una delle sue esposizioni più riuscite. Con i vari passaggi, dal figurativo informale, al figurativo arricchito di sfumature che appartengono solo all’arista.

Dopo la formazione in lettere, e la svolta verso una specializzazione artistica, si è formata alla scuola del pensiero artistico di Carlo Argan presso La Sapienza di Roma. Anni trascorsi nel flusso di pensiero dei maestri di Via Ripetta, che forgeranno al sua arte ed il suo carattere. “So di avere una buona conoscenza umanistica dell’arte, ed ho fatto studi universitari che mi hanno lasciato un bagaglio di riferimento culturale 

Ben presto si misura con le sfide della contemporaneità, arredando i migliori Hotel del Bel Pese e negozi del centro capitolino. Senza abbandonare la fiamma della pittura che ardeva sempre più forte dentro di lei.

Nelle numerose mostre personali e collettive in tutta Italia si distingue e si fa più chiara la sua espressività, caratterizzata già dai molti aspetti tecnici innovativi che affinerà in seguito.

Una delle cifre stilistiche della pittura della Pinci è l’uso della foglia oro. Intarsi preziosissimi entrano a far parte nell’opera come tessere di un mosaico in movimento concettuale e coloristico, sulla scorta del sogno e ricordando l’opera di Gustav Klimt.

L’artista con bravura le inserisce sulla tele mediante la chiusura a piombo, procedura propria del restauro, dimostrando una conoscenza della tecnica che consente di trovare, anche in questo caso, una strada libera nella regole : ora sono un inserto nel cielo oppure addirittura una cornice. Spiega Stefania Pinci: “Inserisco le foglie oro non praticando una chiusura completa, ma sfumandole con il pennello. Un metodo che comporta un lavoro lungo, ma mi dà una grande soddisfazione”.  

L’Arte è liberta.

Libertà dell’artista di giungere dove il pensiero e la fantasia la condurranno. Un viaggio senza punto di arrivo prestabilito. Bensì una continua excalation di forme e colori con cui l’artista si misura, tanto nel dipinto quanto nella vita.

Libertà è tema particolarmente sentito dall’artista. che con la sua pittura si ritiene sempre libera e per questo dà il titolo alla nuova collezione “regole in libertà”: in essa l’argomento trova un’ampia trattazione.

L’artista crede fortemente che per sentirsi liberi non vi sia bisogno di arrivare a toccare alcun estremo, che non ha senso se non ha pertinenza. Si pensi anche al vano sforzo di originalità, di voler per forza arrivare a fare qualcosa di inedito, dover produrre ciò che nessuno ha fatto. Non è liberandosi da cio’ che è stato realizzato che noi possiamo fare Arte, ma come per la cultura letteraria si può elaborare qualcosa di nuovo, trovando ispirazione in quello che è stato prodotto e che sia affine al  nostro spirito artistico.

Citando Stefania Pinci“Nella mia pittura esprimo sicuramente come ti ho detto interiorità e libertà. Quando dipingo lascio una grande libertà mentale. All’inizio dell’opera non so ancora quello che andrò a realizzare, è come se entrassi in un altro mondo guidata dal daimon dell’Arte”

In questi lunghi anni di professione, dichiara la Pinci, non ha mai saputo quello che sarebbe diventata, anche se è fiera di dove sia arrivata, né quali corde avrebbe toccato con la sua pittura.

La chiosa di questo contributo giunge direttamente dalle parole dell’artista che sente ancora forte la fiamma dell’arte ardere dentro di lei. Citandon Pinci: “Questo è stato un viaggio,un viaggio bellissimo. Non rinascerò, ma se dovessi rinascere rifarei la medesima cosa!

Una pittura apparentemente comprensibile, che scava nell’interiorità dell’artista. “Nella mia pittura esprimo tanta interiorizzazione”.

Nella pittura della Pinci, da qualche anno si va facendo sempre più forte la sensazione mistica, che l’artista esprime attraverso “il carosello di colori e le fiammanti acrobazie cromatiche” frutto di una meditazione ieratica.

La collezione degli cinque, confessa la Pinci, è ispirata agli intarsi cosmateschi delle volte della basilica di Assisi, nella quale si reca ancor oggi per meditare.

Assieme alla tecnica del mosaico, la pittura prorompente di colori di Stefania Pinci raccoglie le tradizioni ereditate dall’Antichità, custodite nei secoli da una comunità mondiale sensibile all’Arte, alimentata da artisti sognatori che non si piegano alle logiche di mercato, ma anelano una nuova Arcadia.

Stefania Pinci lancia un messaggio universale ma semplice: occorre riappropriarsi dell’Arte e del bello. Parole che denunciano il carattere di una donna forte, forgiata da un percorso fatto di ricerca, che ha riscosso approvazione nel settore artistico, ma che vola oltre le criticità che ogni arista deve superare, anzi da esse è temprata e ritrova energia. Non risparmia critiche ai colleghi che non hanno la forza di emergere nel misurarsi con il mercato. La vera crisi dell’arte è ribadire orgogliosamente che ogni opera è unica, “siamo stati noi artisti che ci siamo dati la zappa sui piedi e svalutando il nostro operato pur di vendere” Arte e commercio dovrebbero essere due rette parallele anche se l’una non ha senso senza l’altra, e l’artista deve gestire questo delicato equilibrio.

La Pinci invita ad apprezzare l’Arte e ad investire sulle opere: portare in casa un bel quadro è come acquistare un vestito firmato per il proprio  guardaroba, o scegliere il cellulare che appaga il senso del bello: acquistare oggetti d’Arte che vadano oltre la funzione.

E’ vero l’Arte salverà il mondo ma noi dobbiamo valorizzarla nelle sue espressioni più varie (mobili, gioielli, architettura, design) per salvare l’Arte.

L’educazione al gusto del bello non è necessariamente costosa, ma nobilita le scelte fatte per assolvere alle funzioni, premiando chi ne interpreta l’aspetto ideale che supera le funzioni, e pertanto emargina nel mercato del kitch gli oggetti e le opere approssimate.

Un impegno ed una dedizione che trasmette non solo nelle interviste ma anche durante i suoi corsi di disegno e di pittura ai quali abbiamo assistito.

Dice Stefania Pinci: “ho evitato di produrre opere che piacessero al pubblico”. Infatti l’opera nasce nell’anima di ogni artista e prende forma dalle sue mani, e vale perché è la combinazione tra l’ispirazione sensitiva, la capacità espressiva e il linguaggio del pensiero dell’artista, nell’ambiente culturale della propria esperienza umana.

Dice Stefania Pinci : “io ho avuto un percorso artistico di trent’anni e ho mantenuto uno stile personale, un marchio che permette allo spettatore di seguirmi e riconoscermi nelle numerose mostre a cui partecipo. Per me l’arte è rimettersi in gioco assolutamente sempre comunque e sapere anche rischiare “.

Parlando delle sue ultime opere: “…i paesaggi, se tu hai visto i miei paesaggi , nei miei boschi, c’è sempre un viale, c’è sempre una strada che porta chissà dove , non si sa mai, un camminamento all’interno di questi campi, all’interno di questi boschi, dove c’è sempre modo di far entrare all’interno del quadro lo spettatore e proiettarlo forse in qualche cosa che io reputo che vada oltre; e cosa sarebbe un quadro di Kimt se non tendesse a qualcos’altro, cosa sarebbe ?…..”

A proposito della sua fonte :

te l’ho detto io mi sono sentita sempre molto libera.  Ecco da cosa trovo ispirazione.”

Anche nella scelta dei materiali spazia tra diverse tecniche: smalti, olio, pigmenti, e quando di l’olio non è ancora asciutto inserisce le pennellate a vetro con cui esprimere la trasparenza dell’idea della vetrata.

A proposito della tecnica:

“io e che sono molto molto per la pittura, ritrovo poi invece in questo mosaico pittorico parte integrante strutturale di tutto il mio mondo , di tutta la mia opera”.

Martina Paolantoni 

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“Il viaggio di Dante con un calice in mano”

di Emanuele Lavizzari

Un lungo viaggio attraverso le tre cantiche del Sommo Vate, unendo la passione per l’enogastronomia e quella per l’opera dantesca. Martina Paolantoni traccia una linea che unisce il percorso di risalita di Dante dall’Inferno al Paradiso, soffermandosi su quegli aspetti dionisiaci che ricorrono nell’opera. Sono numerosi i riferimenti e le emozioni che il Poeta suscita nei suoi endecasillabi attraverso la ricca e sfaccettata metafora del vino.

Un’indagine storica sulla viticoltura nel Medioevo e nella vita dello stesso Dante, poi un focus dettagliato sui golosi, quindi un’interessantissima analisi per giungere ad affermare che il vino era gradito anche ad Alighieri: i primi capitoli si soffermano su questioni dibattute dagli storici, per giungere successivamente a una ricerca sempre più minuziosa che affronta la metafora del vino nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso. Il lessico impiegato dal Poeta e quanto peso abbia la bevanda inebriante all’interno della lingua di Dante chiudono questo appassionante volume.

Bisogna essere dei fini cultori dell’opera dantesca o degli esperti degustatori per addentrarsi nella lettura di queste pagine? Si deve conoscere la Divina Commedia a menadito o aver affrontato studi di enologia e viticoltura? Sono richieste la competenza di un filologo romanzo o l’esperienza di un sommelier di lungo corso? Niente di tutto questo, perché un testo divulgativo come quello scritto da Martina Paolantoni avvicina anche il lettore meno esperto dell’uno o dell’altro ambito e l’invita a riprendere in mano le tre cantiche per rivivere il viaggio del Sommo Poeta con un nuovo sguardo.

Emanuele Lavizzari

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Le montagne di Clemente Palme

di Martina Paolantoni

Le montagne, i sentieri, le mucche protagoniste dei dipinti di Clemente Palme raccontano una vita passata nelle Vallate piemontesi e della Val d’Aosta.

Un tratto dal sapore impressionista inteso a cogliere l’attimo della luce, come un’istantanea, come un battito di cuore.

A Courmayeur, incontriamo la moglie Bianca nello studio dell’artista a tre anni dalla sua scomparsa.

Clemente Palme, Torino, classe 1933, iniziò le sue ricerche pittoriche dipingendo in en-plein-air nella più perfetta tradizione dello stile Impressionista del fine ‘800, facendo propria l’esperienza maturata Accademia Albertina di Torino e gli studi di “Ombra e Luce” presso la scuola S.Carlo di Torino.

Due incontri fondamentali segnarono l’esperienza artistica ed umana di Palme. Il primo negli anni ’50 a La Tuille, il celebre Cesare Maggi, tra i maggiori rappresentanti del secondo divisionismo in Italia. Da Maggi Palme erediterà il repertorio paesaggistico, concentrandosi negli aspetti di percezione visiva della rifrazione della luce e del colore, e l’amore per la pittura d’alta montagna con le cime innevate, i ghiacciai, le borgatine in pietra diroccate e le mandrie di mucche.

Il secondo con Bianca che divenne sua moglie e compagna di vita. Cita Bianca Palme : “Non si era legato a nessuna donna perché diceva che una moglie lo avrebbe diviso dalla sua pittura. Ma con me fu diverso. Anche io a modo mio pasticcio con colori e pennelli, noi condividevamo l’amore per lArte e l’Arte ci aveva fatto incontrare.”

Per anni Palme si dedica esclusivamente ai paesaggi, intervallando alcune nature morte.

Le vallate Piemontesi, la Liguria, la Lombardia, naturalmente la la Val d’Aosta; dove ha operato e vissuto, sono i soggetti prediletti dall’artista, che coglie le sensazioni dal vivo, in tutte le condizioni climatiche. Cita Bianca Palme: “Per lui era fondamentale dipingere dal vivo. Questo dipinto lo ha realizzato con meno 15 gradi sotto lo zero.

Non accontentandosi, ma creando i suoi dipinti in sintonia con la natura spesso sostituiva ai pennelli piccoli rametti e foglie, conferendo si tratti maggior espressività.

I colori, rigorosamente olio, sembrano impastati con la luce. I toni chiari contrastano con le ombre degli alberi. Le tinte più nette sono escluse preferendo una serie di sfumature che vanno dal verde chiaro e l’azzurro al marrone, verde scuso quasi blu.

Questi dipinti oggi trovano una contiguità con il paesaggio, abbelliscono le abitazioni di tutta Italia e sono esposti nei locali di Courmayeur. Ma, soprattutto, fanno di Palme uno degli ultimi Maestri della Scuola dell’ Impressionismo Contemporaneo.

Attualmente il pittore Palme espone presso la galleria permanente Espace Fleur in via Roma 56 a Courmayeur (Ao).

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 “FIGURASI NEL TEMPO”

AL  CASTELLO DI NOCCIANO CUTINI E STEFANUCCI IN MOSTRA

di Martina Paolantoni

Tra le valli del Cigno, del Pescara e della Nora, in un borgo di millesettecento anime della provincia di Pescara, sorge il castello di Nocciano. Un imponete edificio risalente all’anno mille che oggi dopo il prezioso restauro è sede del Museo delle Arti. Nelle sale, solitamente chiuse la pubblico in cui si respira la maestosità che avvolgeva questo luogo, si snoda un’inedita mostra eccezionalmente visitabile ogni fine settimana di luglio “Figurarsiil Tempo”.

L’esposizione, curata da Anthony Molino, pone in connessione la poetica visione degli scatti di Giorgio Cutini, con  la suggestiva pittura di Marco Stefanucci.

Da un lato Cutini, grande maestro della fotografia contemporanea, il più lirico tra i firmatari del “Manifesto della fotografia. Passaggio di frontiera”, una pagina importante della storia della fotografia contemporanea europea. Dall’altro canto le visioni quasi oniriche di Marco Stefanucci, declinate in una leggerezza di materia, in cui tecniche antiche si fondono con altre tipiche dell’arte contemporanea.

Il file rouge: due sperimentatori audaci, portati all’uso estremo e anticonvenzionale degli strumenti a loro disposizione. Offrono nelle loro opere un senso odierno, dinamico, mai scontato, della dimensione fluida e fuori dal tempo. Cita Molino: “I due artisti che ho voluto abbinare per questa mostra – Giorgio Cutini e Marco Stefanucci – seppur provenienti da ambiti diversi quali la fotografia e la pittura, si misurano da decenni col problema del tempo.”

Benché, infatti, la fotografia per definizione dovrebbe cogliere l’istante, come il palpito del cuore, gli scatti di Cutini negli sfocati e nei fuori fuoco narrano l’incessabile danza di Cronos.

Nelle opere di Stefanucci in mostra, oltre venti, il rapporto tra pensiero e realtà, tra spazio e tempo, vivono nei tratti sfumati che si fondono sulla tela e sul pexiglass.

Linguaggi diversi, età diverse, ma affinità elettive e stessa visione dell’Arte: una ricerca tesa ad evocare il dissolversi del tempo, catturare o avvicinarsi all’impalpabile ed indagare il modo interiore; “invocando la atemporalità della dimensione inconscia dell’esistenza” Continua Molino.

Perché al Castello De Sterlich-Aliprand di Nocciano dunque?

Forse perché il castello con la sua vocazione museale ha saputo superare i confini del tempo come le opere che custodisce. Forse perché la pianta irregolare  ben rappresentata i misterici percorsi della vita e la stretta monofora trilobata e strombata che spicca nella facciata, le crepe dell’animo umano. Forse perché superando le  austere mura si apre il grazioso portico ed un giardino; a ricordare che nell’Arte, come nella vita occorre, andare oltre per scoprire l’essenza dell’essere e del sui incessante fluire.

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Un libro è libertà (seconda edizione)

di Fabio Nori

È andata in scena la seconda edizione di “Un libro è libertà” rassegna autori di Atile Edizioni, con la collaborazione di AR.TE Arte e Territorio il 23 luglio a Roma alla Galleria Arte Sempione.

Anche questa volta un grande successo di pubblico con autori ospiti provenienti da tutte le parti d’Italia, che non si sono fatti fermare dal caldo romano.

Vari generi letterari. Tra i presenti anche Elena Midolo direttamente dalla Sicilia scrittrice ed editor di Atile che ha creduto nel progetto editoriale dalla sua creazione, con SPIGA DI GRANO; Rosemy Conoscenti con 1953; CINQUANT’ANNI DOPO, il poeta Marco Costa con VERSI AL CAPOLINEA, l’artista poliedrico Enzo Romano con LA CHITARRA MI HA SALVATO La potenza della musica, il poeta Marco Franco con DAL PROFONDO DEL CUORE, il poeta Ermanno Spera con LA CAREZZA DELLA SERA, Maria Elena Agazzi con il romanzo LA STRADA.
I brani sono stati intervallati dalla recitazione dell’artista e poetessa Monica Osnato.
Atile Edizioni ed AR.TE avevano promesso eventi capaci di unire arte pittorica, musica e letteratura e l’evento di ieri ne è la dimostrazione. Cita Di Girolamo: “Ci piace sottolineare che, in un crescendo relazionale, questo incontro è diventato una seria e profonda occasione per fare e divulgare cultura. La cultura come motore di rinascita è quello che cerchiamo di fare con Atile edizioni”
Per questo aderiremo al Patto per la lettura di Roma Capitale.”
A fare da cornice all’evento la mostra di pittura di Stefania Pinci, intervistata da Martina Paolantoni (AR.TE.).
Cita Paolantoni: “ I messaggi che giungono da tutte le direzioni e dell’Unione europea sono volti a ripotare al centro la cultura e la letteratura; e noi lo faremo con nuovi programmi di AR.TE ed Atile Edizioni per la stagione 2022/2023 soprattutto con la preziosissima collaborazione del III municipio ed il XV municipio di Roma e della loro governance. Ci sposteremo nelle vicine città di Mentana, Rignano Flaminio, oltre ad appuntamenti a Milano, Orvieto, Recanati.
Il prof. Alberto Raffaelli, (Segnalazioni Letterarie) esperto in letteratura, dopo aver partecipato al dibattito con gli autori ha consegnato gli attestati di partecipazione agli Autori della Atile.
Tra il pubblico anche altri autori, tra cui Luca Borreale, e rappresentati di comitati locali e Ass. Cult. AppArtenere.
Infine durante l’aperitivo un piacevole medley con i brani editi ed inediti di Enzo Romano contenuti nel libro.
Atile edizioni avrà al suo interno delle linee dedicate alla letteratura, alla poesia, ma anche alla storia dell’arte e alla musica.

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L’ORTO DI EFESO

L’ORTO KM ZERO SULL’ISOLA DI VULCANO

di Martina Paolantoni

Quella che vogliamo raccontarvi oggi è la storia di Marco, ormeggiatore dell’Isola di Vulcano animato dall’amore e del rispetto per la natura, che ha dato vita ad un orto biologico a km zero!

Vulcano un atollo dell’arcipelago delle Isole Eolie, luoghi magici delle nostre radici consacrate da Omero.

Più vicina alla Sicilia, Vulcano è sicuramente la più calda con i suoi quattro vulcani dai quali in passato uscivano suggestivi fumi, geyser e lava scintillante, dando vita a molte leggende.

Si narra, addirittura, che scagliato in Sicilia dalla madre per la sua bruttezza, il dio del fuoco Efesto (Vulcanus per i latini) collocò la sua fucina nel cuore dell’isola, dove forgiò l’armatura di Achille e persino le saette di Zeus.

Visitai la prima volta questi luoghi più di vent’anni or sono. Ricordo la bellezza disarmante del paesaggio naturale, ricordo le difficoltà a trovare l’acqua nei periodi più aridi. Questo non ha fermato Marco ormeggiatore del porto di levante. Scegliendo di non incastrare la sua vita nel lavoro che il destino riserva ad un abitante dell’isola, il mare, sceglie di seguire di una vocazione mai abbandonata: l’agricoltura.

Con spudorato coraggio Marco conduce la coltivazione fuori dalla “zona di comfort”. Preferisce imbattersi nelle problematiche più profonde della natura in un suolo vulcanico e minerale.

La sua avventura inizia un paio di anni fa. Insieme alla sua compagna Adriana prende in affido un piccolo appezzamento abbandonato sui dolci pendii tra il porto di Ponente e Levante.

Per preparare il terreno scava ben cinque metri sotto terra per ripulirlo, drenarlo e concimarlo in modo naturale. Una volta pronto il campo, inizia la sua piantagione. Come gli antichi marinai si orientavano con le marea e le stelle, inizia a seguire la Luna crescente e i cicli della semina.

Sfruttando un terruar unico e l’elevata umidità notturna anche nei periodi estivi, in breve raccoglie i preziosi gioielli della terra: odorose erbe aromatiche, pomodori, zucchine crescono rigogliose, insieme a meravigliosi capperi ed altre verdure biologiche.

Oggi quello di Marco ed Adriana è un esempio di coltivazione km zero, sana e sostenibile. Produce un raccolto con cui riforniscono gli abitanti dell’isola e quest’anno il loro giardino si arricchisce di simpatiche galline bianche, allevate a terra.

Nel racconto dell’orto sull’isola di Efeso la realtà si fonde con la fantasia, per non cadere lontano dal mito. Ben immaginiamo Marco come e uno dei compagni di Ulisse; sceso dalla nave, rimasto incantato dal paesaggio di Vulcano, stabilito qui coltivando un orticello e legandosi a una bellissima fanciulla greca. Proprio come l’incontro narrato da Virgilio tra l’Enea giunto sull’isola dei giganti invece di Polifemo si imbatte nel pastore e nella sua famiglia.

E chissà che non sia stato proprio così; e che un “marinaio-agricoltore” ed una ragazza ellenica, antenati dei giovani Marco ed Adriana, non siano veramente stati protagonisti della Storia…

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Campotosto e Campotostok

di Licia Perazzolo

Ci troviamo in Abruzzo a circa a 40 kilometri dall’Aquila ad una altezza di 1420 metri che in un torrido mese di Luglio ti ritempra.
Sebbene questo borgo sia classificato come zona sismica 2 (sismicità media), nel corso della sua storia ha subito gravissimi e ripetuti danni dai tanti terremoti documentati dal 1400 in poi.
Benché conti 6 frazioni il numero totale degli abitanti è di 470. Possiamo quindi farci un’idea di quanto sia selvaggia questa parte di Regione che si estende nel nord dell’Abruzzo lambendo i confini con l’alto Lazio e le Marche. Eppure l’animo dei pochi residente, i “campotostari” ha mantenuto le sue profonde radici che sono un misto di orgoglio, tenacia e resistenza. La vicina Amatrice, come sappiamo, ha subito un tremendo terremoto che ne ha distrutto l’antico e bellissimo centro. storico. Ma la nostra amata Campotosto non è da meno, il 70% del centro storico è stato raso al suolo o dichiarato inagibile quando in una rigida e nevosa mattina di Gennaio nel 2017 si è registrata una scossa fortissima. Quella mattina i nostri amici campotostari erano usciti per andare al lavoro e, come ci racconta la fiera e tenace tessitrice, Assunta Perilli, molti di loro, lei inclusa, non sono più potuti rientrare in casa perché, semplicemente, la casa non c’era più o è stata, in seguito, dichiarata inagibile. Da allora i campotostari hanno affrontato inverni rigidi e nevosi nei moduli prefabbricati ma anche lì hanno saputo portare il loro carattere abbellendoli con staccionate e fiori.
Sabato scorso ero lì, come spesso accade in estate e camminavo nei boschi praticando quello che oggigiorno si chiama “il bagno nella foresta” una pratica presa in prestito dai saggi giapponesi che ne hanno fatto una vera e propria terapia antistress. Se ti interessa resta collegato con i nostri articoli in quanto ne parleremo più estesamente. Mentre osservavo il paese dall’alto arrivavano le note di una piacevole musica che preannunciava la festa del sabato sera, Campotostok. Bravi questi organizzatori, decisi a far rivivere il paese! Infatti, raggiunta la festa nel dopocena, mi sono subito imbattuta in un cartello con la scritta: Campotosto esiste e resiste. Che bello! Mi ha commossa! La festa era la tipica festa di paese con cibo locale (squisito) ma i gruppi che suonavano avevano la capacità di muoverti le gambe e, effettivamente, in tantissimi ballavano. Ho respirato aria di speranza, impegno e voglia di ricostruire. Ho visto persone divertirsi in maniera sana, campotostari e turisti occasionali o, come nel nostro caso, villeggianti con la seconda casa proprio lì, nel territorio selvaggio fatto di pastorizia e allevamento, dove le pecore che incontri al pascolo sono una più bella dell’altra in greggi che vanno dal bianco al nero passando per tutte le gradazioni.
Un borgo che deve rivivere assolutamente!!!!

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MENTANA GIOIELLO DA SCOPRIRE

…PASSEGGIANDO CON IL SINDACO

di Martina Paolantoni

Uscendo dalla città lungo la via Nomentana attraversiamo l’Aniene  e ci allontaniamo dal centro percorrendo altri sedici chilometri tra case prati e alberi, giungendo a Mentana, l’antica Nomentum, citata da Virgilio, Plinio il Vecchio adagiata sulle colline della Sabina. Accompagnati dal Primo Cittadino Marco Benedetti abbiamo fatto un viaggio a ritroso nel tempo quando in questo sito i Borghese costruirono una delle loro prestigiose residenze, affrescata da importanti pittori, sino a Garibaldi che vi passò prima della battaglia di Porta Pia.

Marco Benedetti, sindaco di questa ridente cittadina è un politico di giovane età ma di lunga esperienza. Ci accoglie nel Polo Culturale Mentana, insieme a Sara Paoli, Direttrice del Museo civico archeologico di Mentana e dell’Agro Nomentano (MuCaM) e la storica dell’arte Sara Petrino.

Attraverso i documenti conservati nel Palazzo e la loro voce scopriamo gli aneddoti e verità storiche che questi luoghi per secoli hanno serbato e che ora, grazie al lavoro del Sindaco della sua giunta sono a disposizione dei cittadini.

Iniziamo la nostra visita dalla Biblioteca Comunale Carlo Magno, dotata di molti volumi e validi supporti scientifici, dedicata a Carlo Magno, giunto a Mentana per arrivare a Roma ad incontrare Papa Leone III nel 800 d.c. passando sul ponte Tazio, oggi immerso nella frenetica movida cittadina un tempo confine tra Nomentum e lo Stato Pontificio.

Il sindaco Benedetti è riuscito a dare ai bambini e ai ragazzi che frequentano queste sale un’area di studio ma anche di relax e di incontro, per uscire dall’isolamento e promuovere la socializzazione. Mentre passiamo, molti ragazzi sono impegnati nelle ricerche di studio, e noi dobbiamo osservare il silenzio. Oltre a questo i ragazzi e i bambini possono contare su una peculiare aula scientifica “A proposito di Energia”, ricca di strumenti adatti ad avvicinare i giovani alla Scienza. Cita Marco Benedetti: “Qui spieghiamo realizziamo eventi in collaborazione con il CNR , ed in occasioni come la notte dei musei e la notte la scienza”.

Le attrezzature multimediali moderne non coprono il sapore medioevale che spira negli ambienti, edificati nel IX sec. Scendendo lo scalone in travertino, di cui possiamo apprezzare ancora la bellezza originale accediamo alla sala conferenza annessa alla Biblioteca; con le su volte a botte a crociera è un ambiente stimolante, votato alla cultura. Cita l’archeologa Sara Paoli: “Oltre alle conferenze che spesso ospitiamo, qui mostriamo i diversi reperti archeologici rinvenuti sul territorio comunale e provenienti dal sito dell’antica Nomentum, frutto di un lavoro corale tra i Musei di Mentata ed altri prestigiosi enti del Territorio” .

Lasciata la Biblioteca Carlo Magno, ci districhiamo per le vie del centro. Spicca per maestosità il Palazzo Borghese; con l’imponete facciata e con la scalinata l’edificio  domina la piazza dal sapore rinascimentale.

Come il vero custode della sua città il Sindaco apre le porte della residenza cinquecentesca, futura sede del Comune, e ci introduce nelle vicissitudini di Mentana. Nei secoli fu feudo di importanti famiglie, tra esse i Crescenzi che, avendo preso le parti dell’antipapa Benedetto X, ne causarono nel 1058 la distruzione dalle milizie del pontefice Niccolò II. Acquistata in seguito dall’abbazia di San Paolo, passò nel 1407 agli Orsini. E poi  a Marcantonio Borghese che ne divenne marchese.

Affacciati da un terrazzo cogliamo una visione più ampia; il campanile quadrato della Chiesa di San Nicola, i torrioni medioevali e campagna che dava il buon vino (la dolce anfora Sabina) tanto caro ad Orazio. Lo sguardo vola lontano ci sentiamo immersi in un’altra epoca. Siamo riportati alla realtà dalla voce del primo cittadino: “Quella Torre edificata probabilmente sulle vestigia di un più antico forte militare è luna delle testimonianze architettoniche più antiche del borgo. Erano due. Ricordo che da bambino vidi il crollo dalla mia casa.”  In questa città il Sindaco è cresciuto, ne conosce e ne apprezza ogni pietra, ci mostra i futuri progetti per ridare il giusto valore a questo gioiello.

Proseguiamo; vuole mostrarci le altre sale del Palazzo. Aperte le finestre ed illuminate le possenti mura si svelano ai nostri occhi preziosi affreschi, venuti alla luce dopo il sapiente restauro, voluto da Benedetti. Cita il Sindaco: “Un lavoro di restauro conservativo durato quattro anni, che ha investito tutte le ali del palazzo teso a conservare e valorizzare il patrimonio artistico e culturale al quale abbiamo acceduto anche grazie al recupero di fondi  dedicati, senza gravare sul bilancio della città”. Un privilegio e un’emozione essere tra i primi visitatori!

Sara Petrino ha studiato a lungo queste opere: “Gli affreschi sono da collocare entro il 1613 per via degli emblemi araldici affrescati, relativi alle famiglie Peretti – Cavazzi della Somaglia, in particolare al matrimonio tra il principe Michele Peretti e la principessa Margherita della Somaglia, che muore appunto nel 1613. Con il mio relatore, Massimo Moretti, siamo già arrivati all’attribuzione, per documentazione esistente ma soprattutto per confronti stilistici”.

Di queste vicende rimangono le tracce nei monumenti, nei bastioni, nelle mirabili decorazioni delle chiese di Mentana. Ma come spesso accade la Storia lascia un’impronta anche in ambito eno-gastronomico. Cita il Sindaco Benedetti: “Fra Medioevo e Rinascimento a Menata si alternarono le signorie e si consolidano i rapporti con il vicino Stato Pontificio, che stingeva la città tra i possedimenti di Roma e quelli nelle Marche. La presenza di nobili ed alti prelati anche di origine marchigiana spiegherebbe il perché, oltre ad alcune tracce architettoniche, nel nostro territorio sono presenti delle ricette tipiche delle Marche”.

Le inaspettate bellezze di Mentana non sono terminate qui. Visitando le altre ale del palazzo, giungiamo in un grande salone. Davanti ad un camino, dove forse anni fa lo stesso Garibaldi si fermò, uno splendido mosaico appartenente ad una villa romana.  “Il reperto è stato trovato durante i lavori di scavo per la rete elettrica in zona, spostato ed opportunamente  collocato in questo luogo e musealizzato. Nel tempo ha tutta una serie di distruzioni tra cui quel taglio dritto così che non è nient’altro il muro di cinta di una villa moderna sovrapposta al basamento originale”. Così il Sindaco che ha preso parte ai sopralluoghi ed alle riunioni con la sovraintendenza per ridare al mosaico il suo splendore originale.

Abitata sin dall’epoca romana, importante sede politica e strategica, terra di imperatori, animata dai moti risorgimentali e garibaldini, ricca di simboli e ricorrenze. Mentana racchiude tutto questo quasi fosse uno scrigno e di quelle epoche racconta i colori, i sapori e le bellezze. E allo spettatore non resta che andarle a scoprire!

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Un brindisi letterario

Prefazione Versi di-vini

di Emanuele Lavizzari (Giornalista)

Bisogna essere dei fini cultori dell’opera dantesca o degli esperti degustatori per addentrarsi nella lettura di queste pagine? Si deve conoscere la Divina Commedia a menadito o aver affrontato studi di enologia e viticoltura? Sono richieste la competenza di un filologo romanzo o l’esperienza di un sommelier di lungo corso? Niente di tutto questo, perché un testo divulgativo come quello scritto da Martina Paolantoni avvicina anche il lettore meno esperto dell’uno o dell’altro ambito e l’invita a riprendere in mano le tre cantiche per rivivere il viaggio del Sommo Poeta con un nuovo sguardo.

Perciò che siate appassionati dell’opera del vate fiorentino o amanti del buon bere oppure semplici lettori curiosi troverete in questo volume qualcosa che vi arricchirà e vi entusiasmerà.

Emanuele Lavizzari, giornalista

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ORVIETO E LUCA SIGNORELLI A 500 ANNI DALLA MORTE

di Donato Catamo

Non è facile introdursi tra le righe delle pagine che raccontano della bellezza, della civiltà, della cultura, della vita e della quotidianità della nostra immensa splendida Italia “artificiale e naturale”. Infatti non c’è soluzione di continuità tra l’opera compiuta dalla testa e dalla mano dell’uomo e quella che madre Terra ci ha donato, che spesso di fondono e si presentano come un unicum, in un rapporto di simbiosi tra umano e divino. Pare che la “matrona Natura” abbia lasciato scritto un atto notarile e rivolgendosi agli homines abbia detto “ora fate la vostra parte e completate l’opera”.

La Rupe di Orvieto è uno scherzo fantastico dell’Olimpo, inviatoci da Minerva attraverso Mercurio oppure è un dono della Terra durante la sua formazione orografica?

Qui dagli Etruschi in poi hanno trovato dimora, adagiandosi, dei, papi, geni, mecenati, condottieri, maestri di vita e di cultura, ecc…, trasformando questo comodo e quasi spirituale trono di pietra come lo definì George Dennis, archeologo, scrittore e diplomatico inglese nel capitolo dedicato ad Orvieto del suo libro The cities and cemeteries of Etruria pubblicato a Londra nel 1848, citato dall’archeologo Giuseppe Maria della Fina, in occasione della presentazione di una mia mostra nel dicembre 2009 presso la Nuova Biblioteca Pubblica “Luigi Fumi” di Orvieto ed ovviamente riportato nel testo del relativo catalogo (fig. 1).

Orvieto ha ospitato divinità pagane, etrusche e romane, e cristiane, e quindi una commistione tra sacro e profano, una forte impronta culturale quali templi, aule, chiese, luoghi di culto e di studio, di preghiera, palazzi nobiliari, ecc. Alla bionda rupe, da sempre, hanno rivolto l’attenzione moltissimi studiosi, archeologi, storici, scrittori, ricercatori, narratori e viaggiatori ed hanno lasciato il loro segno architetti, pittori, scultori, incisori, fotografi, ma anche religiosi come papi, cardinali, vescovi, prelati e conventuali. Il riferimento religioso più importante è stata la bolla papale di Urbano IV che nel 1264, 11 agosto, istituì la festività del Corpus Domini, conseguente al miracolo di Bolsena del 1263. E’ chiaro che tutto ciò che ne è conseguito fino ad oggi a livello di interventi artistici nella cattedrale di Orvieto, ruota intorno all’evento miracoloso a cui tutti i cristiani cattolici fanno cenno, non soltanto in occasione della ricorrenza della festa del Corpus Domini. Tra i grandi maestri che si sono succeduti citiamo: Lorenzo Maitani, Arnolfo di Cambio, Andrea di Cione detto l’Orcagna, Ugolino di Vieri, Ugolino di Prete Ilario, Benozzo Gozzoli, Beato Angelico, Gentile da Fabriano, Luca Signorelli, Ippolito Scalza, Francesco Mochi e molti altri.

Inoltre Freud aveva visitato gli affreschi della cappella di San Brizio nel settembre 1897 e tra il 1898 e il 1899 colse l’occasione per esaltare l’opera del maestro cortonese nella stesura de “L’interpretazione dei sogni”.

AL Giudizio Universale il maestro cortonese operò dal 1499 al 1504 circa ed i contenuti della grande opera sono stati affrontati, trattati, analizzati, interpretati e descritti da molti storici dell’arte, tra cui ultimo in ordine di tempo annotiamo l’architetto Raffaele Davanzo, storico, con la pubblicazione di “La appella di San Brizio ad Orvieto”, Ed. Il Formichiere – 2021, dove Egli affronta e discerne di contenuti non solo tecnico pittorici, ma anche storici e letterari, (fig. 2). Tale opera era rimasta nascosta dietro l’altare della Madonna di San Brizio, realizzato da Bernardino Cametti nel 1715 e riscoperta durante i restauri degli anni ’90 del secolo scorso. La figura è identificabile con Caino, forse. Il primo osservatore ed estimatore dell’opera di Signorelli pare sia stato Michelangelo, che nei suoi trasferimenti Firenze/Roma e viceversa, sostava sulla rupe non soltanto per rifocillarsi. Ma ciò che stupisce, al di là di quanto raccontato, interpretato e messo a disposizione dagli storici, è la modernità, anzi la contemporaneità e soprattutto l’anticipazione di figure come angeli, demoni e santi nelle forme robotiche che si muovono nello spazio (fig. 3) ed estrapolate da sceneggiature prima e da scenografie poi, pronte per essere utilizzate sul set cinematografico di un film di fantascienza ambientato nel 2100 e predisposto per l’annuncio di una nuova grande apocalisse per un ulteriore Finimondo.

Nel 1973 il maestro cortonese/orvietano, a 450 anni dalla sua dipartita, venne celebrato dalla città di Orvieto, con la collaborazione del comune e dell’allora Istituto Statale d’Arte, oggi Liceo Artistico Statale, del Liceo Classico Statale, del Vescovado, dell’Azienda Autonoma di Promozione Turistica e di altre agenzie culturali pubbliche e private, ovviamente di questa città.

Dei vari comitati facevano parte il presidente della Repubblica italiana, il presidente del Consiglio dei Ministri, il Ministro dei Beni Culturali ed il Ministro della Pubblica Istruzione, il Preside ISA Giunio Gatti, il preside del Liceo Classico ed i professori Benedetto Burli, Adriano Casasole, Santo Vincenzo Ciconte, Renato Ingala, Luigi Moretti ed anche il sottoscritto.

Primo relatore era il professor Pietro Scarpellini, ordinario di Storia dell’Arte presso l’Università di Perugia, mentre il moderatore era lo scrittore Prof. Giorgio Bassani. Il convegno ebbe luogo presso il Teatro Luigi Mancinelli di Orvieto. Da rammentare le molte testimonianze pervenute a livello internazionale.

L’anno 2023, segue il 2022, in cui hanno avuto luogo le celebrazioni relative ai 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, alla cui Opera Magna Signorelli ha rivolto molta attenzione nell’esecuzione degli affreschi orvietani. Di questo ne parleremo più ampiamente nella prossima comunicazione.

Donato Catamo