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foto Dante Otranto

Dante è passato ad Otranto!

Lo svelano i versi della Divina Commedia

di Martina Paolantoni

Tra le terre Salentine e il Mar Adriatico sorge un’eccellenza plurimillenaria di cultura e di intreccio di civiltà, traccia concreta del passaggio dell’arte orientale nell’arte bizantina in queste terre è il mosaico pavimentale della basilica cattedrale di Santa Maria di Otranto, contenente inaspettate allusioni ai versi della Divina Commedia.

Le fortissime corrispondenze tra le figurazioni del pavimento ed i versi danteschi sono tali da indurre gli studiosi a ritenere che Dante Alighieri sia giunto ad Otranto, avrebbe visitato la Cattedrale di Santa Maria Annunziata, e qui si sarebbe spalancato al suo sguardo il mosaico che occupa “Lo duro pavimento” (Canto XII del Purg.) e da questo abbia tratto ispirazione per disegnare in rima i regni ultraterreni nella Divina Commedia.

Convinto testimone ne è Donato Catamo, umbro di adozione dai natali salentini, artista e studioso considerato tra i massimi esperti di arti figurative contemporanee, che ha regalato ad AR.TE. la sua esperienza, citando un episodio della sua gioventù: “Visitai la cattedrale di Otranto quando ero al ginnasio, a 14 anni. Allora mi illustrarono le analogie con la Divina Commedia. Anche se non conveniva sottolineare la non completa originalità dell’opera dantesca, ne rimasi profondamente colpito tanto da indirizzare parte degli studi ad intrecciare queste corrispondenze e trarre dal mosaico e dalla Commedia ispirazione per la mia Arte”.

La grande composizione museale della cattedrale di Otranto fu ideata e messa in opera tra il 1163 e il 1165 dal monaco Basiliano Pantaleone e dagli allievi della sua scuola. Dopo Foggia e Palermo, Otranto era una delle città più importanti del mediterraneo medievale. Spiega così Catamo: “Era più simile ad una Manhattan dell’arte Bizantina”. Ad Otranto confluirono svariati influssi religiosi come quello greco bizantino, basiliano e cristiano-cattolico, attraverso le esperienze di artisti e artigiani provenienti da ogni parte del mondo allora conosciuto. Pantaleone, formatosi nel vicino monastero greco bizantino di San Nicola di Casole, frequentando una delle più ricche biblioteche dell’Occidente e la scuola pittorica, che probabilmente presiedette, diede vita a quest’opera che riassume i simboli e il linguaggio che riassume il pensiero di quelle comunità religiose.

Il mosaico risente degli influssi di altre civiltà : quella illirica salentina e messapica, che si annoda a quella romana, bizantina e normanna, sveva e aragonese, con influssi arabo musulmani, e  rappresenta simbolicamente le ramificazioni un gigantesco albero della vita, un’ immagine che proviene dal mondo medievale e rappresenta il mondo terreno in modo allegorico , proprio come illustrato nell’opera dantesca.

L’albero della vita, cominciato con Adamo ed Eva, dirama le sue sinapsi fra medaglioni con animali, figure del mito Caino Abele, il diluvio universale, Diana. Accanto ai due elefanti  sono rappresentati guerrieri e, sopra ai primi rami dell’albero, cacciatori e animali fantastici. Più in alto a sinistra si osserva un volto di leone da cui dipartono quattro corpi ferini disposti a croce mentre, nella parte a destra dell’albero, Alessandro Magno – affiancato dalla scritta “Alexander rex” –ed altri racconti diffusi in epoca medievale, fino la leggenda di Re Artù ed il ciclo bretone. Procedendo lungo lo sviluppo dell’albero, a sinistra la Torre di Babele; Noé, mentre coltiva la vigna, Diluvio universale, l’Arca. E dodici tondi con raffiguranti dei mesi ed i segni zodiacali e i lavori campestri.

Ma ciò che copice è la rappresentazione musiva laterale: la rappresentazione dell’inferno, nella navata di destra la raffigurazione del paradisocon i dannati  avvolti da dalle fiamme  Ancora dannati serpenti genti nude spaventate citate nell’inferno sembrano proprio la descrizione del pavimento della navata sinistra della cattedrale.

Le similitudini si rincorrono e si sovrappongono. Tre gli alberi del mosaico, altrettanti sono nelle tre cantiche della Divina Commedia; nella navata centrale dove formano l’albero della creazione o della rinascenza su mosaico pavimentale ha delle analogie con il canto 20 canto 18 del Paradiso versi 29 e 30: “l’albero che vive dentro la cima barra, e frutta sempre, e mai non perde foglia;.e così pure nel giudizio.

Come è possibile ciò se le opere sono state composte a 156 anni di distanza? Secondo Catamo, che fa suoi illustri studi internazionali, Dante dopo essere stato bandito dal “bell’ovile” sarebbe disceso da Luca intorno al 1303, per via di terra lungo la costa adriatica, o bordeggiando sull’imbarcazione di fortuna, scivolando sulle acque sotto mentite spoglie. Raggiunta la città magnogreca avrebbe avuto come guida il coltissimo Fra Lea Kim, che avrebbe fatto conoscere al Poeta il Sole della città Messapica e condotto a visitare la cattedrale. Se non direttamente l’Alighieri, è plausibile che ne abbia avuto notizia da Guido Cavalcanti, maestro di Dante, che alcuni anni prima fu accolto nella Frateria.

Invero, una volta presa la via dell’esilio, il Poeta viaggiò molto per la penisola. Di alcuni passi abbiamo la sua stessa testimonianza, di altri restano molti spazi bianchi ed è qui che fatalmente l’immaginazione trova il varco per infilarsi e far fiorire ipotesi. 

In ogni caso Dante è stato messo al corrente dell’esistenza dell’importante pavimento e delle sue rappresentazioni, ed è possibile che abbia seguito per analogia, soprattutto nella stesura dell’inferno, la traccia illustrata dal frate Basiliano. Entrambi gli autori espressero una cultura vastissima acquisita su manoscritti spesso minati di testi antichi, e si servivano dei grandi contenuti del passato attingendo all’opera Virgiliana e avviarono quel processo di emancipazione e rinnovamento dell’età che attraversavano.