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Prefazione Mara da una luna all’altra

Prefazione

Quando non hai ancora incominciato a scrivere un libro e le pagine bianche ti guardano…

Un fluido, un lento intraprendere e improvviso stupore si propone tra le pagine. Come una specie aliena in un ecosistema prodotto dalla natura.

Il mondo dei successori è un mondo libero, che non può essere “fantasticato in una forma evidente” (Alfred Schütz)

Seguo con gli occhi le lune di Giove, poi distolgo lo sguardo e da una luna salto su un’altra Luna. In seguito prendo la rincorsa e l’ultima luna della serie fa bella mostra di sé presso il pianeta Terra. Nella dedica al tuo libro, ho scritto… “Un arcobaleno appare e scompare: inseguiamolo!”

Entra nel libro la dedica, entra la vita nel libro e il libro nella vita. Entra la specie aliena nell’ecosistema del Mediterraneo. Per annullarla stanno cercando di inglobarla, mangiandola. Ecco gli esseri viventi senza dimora: questa è la loro migrazione. Come sono buone le carni dell’animale alieno! Entra di prepotenza in un ecosistema che non è suo. Dove magari sedersi al desco per mangiare non è più (o non è stato mai) scontato. Può sopravvivere garantendo il perdurare delle specie autoctone? La specie aliena può modulare la sua presenza in maniera gentile, vedendosi accettata, ma non annullandosi? Può unirsi alla coralità senza corrompersi? Ѐ un parassita, oppure può diventare il soggetto di una simbiosi, poiché esserne mero oggetto non è nella sua natura? Mettiamoci nei panni dell’animale alieno, che si insedia nel Mediterraneo. Seguiamo Laila, che non può più rientrare nelle fattezze di Mara, ma sente la melodia proveniente dalla Terra e vuol dare il proprio contributo presso i suoi simili. La ricordate? Su Europa, luna di Giove, un secolo fa sembrava sopravvivere in pace… Era arrivata là seguendo le voci degli extraterrestri, perché una metamorfosi dopo l’altra era diventata un alieno, in un libro pubblicato prima di questo. Era diventata un’altra. In un progresso sequenziale, graduale e incessante. Dove la pace c’era ancora. Finché non ha sentito la necessità di fermarsi e guardarsi indietro. Là, tra le alte pietre di ogni torre, sfidava la lieve gravità e andava a ritroso. Dagli oceani di Europa, Laila vuole emergere. Nell’ambito dell’atmosfera terrestre, qualcuno vorrà mangiarla e nutrirsi di lei? Dopo ciò, resterà qualcosa? Dai micro-organismi ai giganti, il più grande mangia il più piccolo e il sistema si regge sul nutrimento. In una crescita incessante, inesorabile. Laila potrebbe dire: “Qui subentro io”. La chiave del primo libro era la metamorfosi, quella del secondo è la memoria. Bisogna raccogliere i tasselli, al fine di ricostruire. Ricostruiremo ciò che a prima vista è scomparso. Seguiremo le reazioni dei terrestri nelle loro gradazioni, all’incedere di Laila. Ecco Laila che striscia e cammina. Per perpetuare se stessa, Mara-Laila ritorna sulla Terra: al fine di riprodursi, ora che è cresciuta e ha superato i 120 anni. Cresciuta da aliena, in questo modo inusitato, fino ad arrivare all’età adulta di una creatura nuova. Raggiungerà la sintesi di tutti loro, dei terrestri che ha amato. Porterà chi si è estinto fino agli albori di una nuova era. Eccoli, dunque, a schiere, coloro che non sono più. Sono “i più numerosi”. Una cosa sarebbe da fare: riportarli alla vita, tutti quanti. Pensa di quante unità, di quanti gruppi l’umanità si accrescerebbe. Mostrare come e spiegare come fare. Per ora, soltanto sogni tecnologici. In futuro, chissà… Si raggiungerà l’immortalità, senza pause, tra una vita e l’altra e tra vita e vita. Magari i posteri, consultando un vecchio libro “dilavato e graffiato”[1]Quel che io propongo è un metodo per resuscitare, in questa vita, i trapassati. Qui si vuol dare la sveglia ai morti.

Si chiedono gli esseri umani: “Ma gli alieni sono simili a noi?” “Ha dunque un sesso un alieno, o si riproduce per ermafroditismo o partenogenesi?” Secondo me un alieno è un muschio, un lichene, una muffa. Ma Laila no. Questa creatura che riporta alla memoria l’essere cellulare e l’ameba è qualcosa d’altro. Reca il segno di un passo in avanti. E le sue impronte sono quelle di tutti noi.

L’alieno come forma antropomorfa è un extraterrestre di forma nuova perché è una donna che si trasforma, non più un muschio o lichene. Ha fatto il salto, acquisendo coscienza. Gli altri, là, su Europa, sono come lei. Entità che nascono e che muoiono. Anche laggiù, nel luogo dal quale Mara era venuta, esseri nascono e muoiono: quando si torna sulla Terra, pezzi di sé con direzione e verso diversi si sparpagliano, come in un quadro cubista. Quello che ci manca è raggiungere l’immortalità. Giganteggia il magnetismo di questa Luna dalla vita peritura.

Laila dice: “Diranno che sono una muffa intelligente: affermeranno che la forma antropomorfa dell’alieno è una questione letteraria. Ma io sono la quadratura del cerchio, tra umano e alieno. Perché l’alieno esiste: sia fuori, sia dentro di noi. Sono la lampada magica che proietta i suoi segreti, sulle pareti di una casa bianca. Ne vado fiera, pratico la boria. Ma voglio tornare sulla Terra, per trovare gli Altri. Gli altri e le loro memorie, scolpite sotto la sabbia: che si dipingono come stelle, una per una e una dopo l’altra. Memorie vive o morte? Le memorie sono sempre vive, soprattutto in questo secolo e sul pianeta che chiamate Terra. La Terra, che mi ha dato un’impronta e una serie di connotati imprescindibili. Se vi sentiste anche soltanto per un minuto nella mia pelle, non vorreste tornare indietro mai. Se vuoi tornare, stai cercando qualcosa.

Io cerco la perpetuità della specie umana, che ha sempre un progresso da porre all’attivo. Eccola, dunque, la dimensione delle persone di ieri, che oggi non sono più”. C’è qualcosa da ritrovare, quello che sono stati. C’è qualcosa da aggiungere: quello che saranno, poiché hai promesso loro un futuro, che continui incessantemente. Si aggiungerà vita alla vita. Programmerai il calcolatore e lascerai qualcosa di incompiuto: perché crescano come una pianta, come conseguenza delle tue memorie. Perché è questa l’esistenza: aggiungere semplicemente, “in una febbre di crescenza”[2], nuova materia ai presupposti necessari. Da un punto si svilupperanno rami e fiori, gambe e braccia, con una svirgolata del caso. La vita stessa modellerà l’argilla della sua figura scritta con il gesso e lasciata nella memoria. La vita stessa riprodurrà la vita. Il passato sarà come un emblema benedicente e il futuro ne sarà conseguenza, come sempre è accaduto. Soltanto di una cosa renditi conto: nulla di ciò che avvizzisce è davvero moribondo e nulla che sia avvizzito è morto. La scommessa è dimostrarlo in questa dimensione, senza la frattura della morte a fare da spartiacque. Senza questo salto nel vuoto. Immortalità su questa Terra, senza smettere di immaginare un’altra vita? Prendi in mano questo foglio strappato: svolgilo nella realtà, per me. Sospendere volutamente la propria presenza e portarla altrove.

Scivolano le ruote sull’asfalto, cerchi ruotano. Gruppi di biciclette nell’aria traslucida. Tentacoli su pedali, a ruotare i perni. Cerco Andromeda, la mia amica, due generazioni dopo. È un dolore che ella diventi un ricordo, ma senza dolore deve tornare dal ricordo alla realtà. In un susseguirsi di intuizioni centrate. Sto parlando con me stessa. ‘D’accordo, è morta. Ne sei proprio sicura? Non potresti partire da lei e ricrearla con l’immaginazione? Darle forma concreta, nell’argilla? Il caso tornerà ad agire anche per lei. Ora è una tua creatura, che vuole tornare a esistere a prescindere da te. Trovare nel mondo di domani il suo presupposto e la sua ragione d’essere. Ѐ amaro, sembra proprio ciò che le è mancato… Pensa a quello che aggiungi e a quello che resta. Pensa alla sintesi di tutto ciò e a questo nuovo nato. Andromeda, di nuovo bambina. Ѐ la bambolina della giostra dei ricordi, in un carillon’.

E ogni cosa si verifica di nuovo: adolescenza, età adulta, senescenza. Il meccanismo torna su se stesso, circolarmente, soltanto per lei. Ma non si ferma, deve ancora evolvere. Si muove a spirale. Ed è un messaggio da diffondere. C’è qualche tassello di te che vuoi abbandonare e qualche altro da ritrovare, poiché era rimasto inespresso, come può essere soltanto un presupposto. Il presupposto della tua esistenza terrestre lasciata a metà. Nella mia mente, nel sogno, la posizione che occupavi nella stanza, le coordinate registrate nella memoria e la tua presenza. Spiccano la tua figura e il tuo segnaposto. Lo voglio affermare ad alta voce. Voglio provare a dirlo loro. “Andromeda, queste immagini contamineranno, benediranno, i tuoi occhi ancora. Sei qui, tu che sei celeste. La malizia non ti appartiene. Ho portato con me, su Europa, la forma umana, come un valore aggiunto. Qui, gli extraterrestri sono come un unico cervello: nel cervello umano, ogni neurone si collega direttamente con altri diecimila, e i collegamenti sono le sinapsi, in questa meravigliosa architettura. La mia presenza è stata utile a me, come è stata utile a loro: reciproco vantaggio. Deve sentirsi solo, e avere paura del buio, un bambino sulla Terra? Davvero, se si riconosce portatore di collegamenti tra cellule e cellule, che senza saperlo costituiscono una coralità? Forse, no. Perché nessuno nell’universo interiore può sentirsi veramente solo”. Ѐ la coralità che risiede nel bambino stesso. Sparpaglia, dunque, i tuoi tasselli: si mescoleranno alle memorie di coloro che non sono più. “Il sole non dimentica nessun villaggio” (proverbio africano)


[1] Alessandro Manzoni, I promessi sposi, introduzione (1840)

[2] Pietro Mastri, L’età bianca: “Puerizia: innocenza! /Cuore chiaro, monde mani:/vivere senza domani/in una febbre di crescenza”.